Preghiera in memoria delle vittime dei viaggi della speranza

“La separazione tra il nord ed il sud del mondo sta diventando un abisso insormontabile, ma la preghiera è ribellione al male, alla separazione, all’indifferenza”. Così la Comunità di Sant’Egidio riunita in preghiera di martedì all’Annunziata di Genova, nella veglia in memoria delle vittime dei viaggi verso l’Europa. Nel corso dell’incontro Elias Assefa, eritreo giunto con un barcone dalla Libia a Lampedusa, ha letto la sua testimonianza: “Ho attraversato il deserto su un Landcruiser, sono stato nelle prigioni libiche, ho temuto per la mia vita in mare, ma sono arrivato, ed ora frequento un corso per cuoco. Ma altri come me sono partiti e non ho più notizie di loro”. Nel corso della preghiera Ghedie e Tedros dall’Eritrea si sono alternati con la finlandese Leena per accendere una candela ad ogni invocazione che ha ricordato i tantissimi uomini, donne e bambini che lasciano la propria terra nella speranza di fuggire guerra, persecuzioni e malattie, cercando di raggiungere un luogo dove costruire il proprio futuro.




Traduzione della testimonianza di Elias Asefa:

Mi chiamo Elias Asefa, ho 23 anni e sono nato in Etiopia, ma ho la nazionalità Eritrea perché mio padre è eritreo. Nel 2005 ho deciso di lasciare il mio Paese perché da molti anni era in guerra. All’inizio ho viaggiato in Sudan, dove ho lavorato per mettere da parte qualche soldo. Nel 2007 mi sono spostato in Libia viaggiando attraverso il deserto. Eravamo 32 uomini in un Land Cruiser. Ognuno di noi ha pagato 1000 dollari per il viaggio.
Il viaggio nel deserto era molto pericoloso. Due di noi sono caduti dalla macchina. Un altro è mancato per le difficoltà del viaggio. Ci fermavamo solo dopo mezzanotte e non avevamo abbastanza cibo. Dopo un mese arrivammo a Tripoli, dove dovetti cercare un lavoro perché avevo bisogno dei soldi per raggiungere l’Europa.
Ho lavorato in un autolavaggio per un anno, ma quando potei pagare il viaggio per l’Europa il nostro contatto è fuggito con i nostril soldi e siamo stati arrestati dalla polizia libica. Uscito di prigione dopo un mese, ho trovato un’altra barca per l’Europa pagando di nuovo.
La nostra barca era lunga 21 metri ed eravamo 349 persopne su di essa. Almeno 30 dei passeggeri erano bambini. Il nostro viaggio è durato 4 ore, è stato molto duro. Le onde del mare erano molto alte e la barca era troppo pesante con tutta quella gente a bordo. Ho avuto molta paura e ho pensato che poteva essere la fine. Abbiamo finito il carburante e abbiamo incontrato una nave grande che ci ha aiutati a raggiungere Lampedusa con la Guardia Costiera Italiana.
Ho passato molto tempo nei centri di accoglienza, ma ora ho ottenuto un permesso per motivi umanitari e frequent un corso per diventare cuoco. Alcuni amici che ho conosciuto in Libia so che sono partiti, ma oggi sono passati 25 giorni e non ho più notizie di loro.